Come dimettersi e ottenere la disoccupazione

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Naspi al lavoratore che si dimette, ecco le regole

Chi lascia il proprio posto di lavoro può avere diritto alla Naspi (assegno di disoccupazione) a patto che sussistano determinati requisiti

Con l’avvento del Naspi, il dipendente che si licenzia ha comunque diritto sempre a presentare domanda per l’assegno di disoccupazione ?

No, perché la legge su questo punto è chiarissima: il sostegno economico in questione può essere ottenuto soltanto se le dimissioni siano avvenute per ‘giusta causa’ e in caso contrario l’Inps rigetterà la domanda.

Più che di licenziamento quindi bisogna parlare di dimissioni da parte del lavoratore, perché la decisione è sua e non del suo datore, e non importa quali siano le cause che hanno portato a questa decisione.

L’addio volontario al posto di lavoro contrattualizzato può avvenire in linea di massima per due motivi principali: il primo è il caso nel quale il lavoratore sia costretto ad andarsene per motivi seri che incidono sulla sua vita personale e quindi rendono impossibile il proseguimento di quel rapporto di lavoro (quindi si presume che in circostanze diverse non sarebbe stati costretto a farlo).

Il secondo motivo invece è legato a valutazioni personali del lavoratore, sia che dipenda dal fatto di trovarsi male con i colleghi o i suoi superiori sia che sia una circostanza necessaria magari per un cambio di città oppure per motivi legati alla famiglia.

La Naspi però spetterà soltanto nel primo di questo due casi previsti, cioé se la scelta di lasciare il posto di lavoro sia stata obbligata dalla necessità di evitare che la situazione personale sul lavoro possa degenerare e provocare danni ulteriori (ecco perché la ‘giusta causa‘)

Quali sono quindi le circostanze previste dalla legge per garantire l’indennità di disoccupazione?

  1. molestie sessuali perpetrate dal datore di lavoro nei confronti del dipendente
  2. mobbing
  3. mancato o ritardato pagamento della retribuzione
  4. omesso versamento dei contributi (salvo che tale inadempimento sia stato a lungo accettato dal lavoratore)
  5. pretesa del datore di lavoro di prestazioni illecite del dipendente
  6. comportamento ingiurioso del superiore gerarchico verso il dipendente
  7. demansionamento, ossia un significativo svuotamento del numero e del contenuto delle mansioni, tale da determinare un pregiudizio al bagaglio professionale del lavoratore.

Inoltre nel caso di lite sul posto di lavoro con i colleghi si avrà giusta causa soltanto se si possa dimostrare che è stato perpetrato un abuso ai danni del dipendente e non una semplice discussione per motivi di lavoro.

Quindi il dipendente si deve trovare cioè in una condizione di inferiorità o per le scelte di un superiore o perché più colleghi con le stesse mansioni lo hanno preso in mezzo.

Questa è un’ulteriore tutela alla salute, perché il datore di lavoro è obbligato a salvaguardare anche l’aspetto psichico. Dei dipendenti.

Il lavoratore che presenta le dimissioni per ‘giusta causa’ ha dunque diritto a richiedere l’indennità di disoccupazione e all’indennità sostitutiva del preavviso, a patto però che sia in possesso di almeno 13 settimane di contribuzione nei 4 anni precedenti l’inizio del periodo di disoccupazione, 30 giornate di lavoro effettivo, a prescindere dal minimale contributivo, nei dodici mesi che precedono l’inizio del periodo di disoccupazione e dello stato di disoccupazione involontaria.

Infine il dipendente che cessa volontariamente il rapporto di lavoro ha diritto alla disoccupazione in altri casi specifici: dimissioni rassegnate durante il periodo tutelato di maternità (da 300 giorni prima della data presunta del parto e fino al compimento del primo anno di vita del figlio), licenziamento disciplinare, mancato pagamento della busta paga, mobbing, aver subito molestie sessuali nei luoghi di lavoro, risoluzione consensuale del rapporto di lavoro intervenuta in sede protetta con procedura di conciliazione, risoluzione del rapporto di lavoro avvenuta dopo il rifiuto del dipendente a trasferirsi ad altra sede della stessa azienda, sempre che distante oltre 50 km dalla residenza o raggiungibile in 80 minuti o oltre con i mezzi di trasporto pubblici, modificazioni peggiorative delle mansioni lavorative, trasferimento del lavoratore da una sede ad un’altra, senza che sussistano le ‘comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive’, variazioni importanti delle condizioni di lavoro a seguito di cessione ad altre persone (fisiche o giuridiche) dell’azienda, ingiurie pronunciate dal superiore gerarchico nei confronti del dipendente.

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